Diario di una strumentista

Mi ha sempre affascinato lavorare in sala operatoria.
Anche durante il tirocinio, mentre ero allieva infermiera, è stato un ambiente che mi ha incuriosito.
L’accoglienza del paziente, il fatto di scambiarsi due parole, il controllo della documentazione e soprattutto strumentare .
Volevo essere in grado di contribuire a rendere migliore la vita di qualcuno…….
Sapere i tempi degli interventi, passare i ferri chirurgici, prevedere le mosse del chirurgo, collaborare per la riuscita dell’intervento, e’ stata la spinta che, appena è uscito il concorso per ferrista di Sala Operatoria, dopo tre anni esperienza in altri reparti, ha motivato al massimo la mia carriera…..
Ho desiderato scrivere della realtà di questo” mondo”, così spesso denigrato e portato all’attenzione dei Media in modo negativo, per far comprendere cosa si nasconde dietro il nostro lavoro.
Un lavoro particolare che richiede passione, dedizione, impegno costante e attenzione sempre ai massimi livelli.
È difficile anche per chi ci vive accanto, comprendere il dispendio di energie che vanno dedicate a questa particolare professione.
Ho iniziato come strumentista nella specialità di ortopedia.
Anche a distanza di quasi trent’anni, penso sia la migliore” palestra” per farsi le ossa!( scusate il gioco di parole).
Sono diventata esperta di Trapani, seghe, viti, martelli, raspe, chi più ne ha, più ne metta!
Forse è per quella che adoro il bricolage.
La traumatologia, a mio avviso, e’ la materia che più richiede adattabilità e flessibilità, spesso devi improvvisare , perché le fratture sulla” carta”( Rx, tac, risonanza), dicono una cosa, ma quando apri con il bisturi e procedi, talvolta, ti trovi a dover risolvere un bell’ enigma.
Per esempio ridurre al meglio la frattura, valutando l’età del paziente, il tipo della frattura stessa, quali mezzi di sintesi utilizzare: placche e viti, chiodi endomidollari , fissatori esterni, protesi, fili di titanio, etc.
Ma quando si ha finito, nonostante la stanchezza e l’adrenalina, ci si trova veramente soddisfatti.
Molti ortopedici quando riducono una frattura, per tenere bene allineati i monconi, usano le proprie mani quando si utilizzano i raggi.
Indossano i camici piombati e i collarini per proteggere il corpo e la tiroide, ma le estremità sono scoperte.
Ci sono i guanti piombati, ma essendo troppo spessi, non si utilizzano perché tolgono la sensibilità .
Quindi , spesso, per fare un buon lavoro, si sottopongono a una buona dose di raggi.
I primi tempi, quando ho iniziato in Sala , mi portavo a casa un sacco di libri sui ferri chirurgici , migliaia di immagini con scritto accanto i loro nomi.
E spesso erano in inglese.
Non era ancora iniziata l’ era di internet !
Inizialmente quando vedevo strumentare, ed ero fuori dal campo, quindi non ancora lavata, immagazzinavo, guardavo con curiosità , carpivo il modo migliore in cui passare i ferri, come predisporli ordinatamente sul carrellino servitore, osservavo i tempi degli interventi , come si montavano i fili sui portaghi.( allora si utilizzavano solo aghi smontati, senza il filo attaccato).
Se trovi colleghi intelligenti, ti passano volentieri il loro sapere, ma spesso ciò non accade.
Talvolta trovi chirurghi che ti spiegano, sono gentili e usano un tono di voce che ti mette serenita’ , ma altre volte lungo la mia strada ho avuto a che fare con persone molto nervose( solitamente sono quelli meno capaci), che urlano, che gettano i ferri in terra se questi non sono affilati o funzionano male.
E quando sei timida ed inesperta come lo ero io, il morale viene messo a dura prova e vengono un sacco di dubbi……
” Sarò in grado di imparare ? Riuscirò a sostenere un tale ritmo? Conoscerò tutti i nomi dei ferri chirurgici ? ”
Alcune volte ho pianto dallo sconforto, ma poi la voglia di imparare e di riuscire, sono sempre state il mio punto di forza.
Per fare questo lavoro e’ indispensabile la PASSIONE.
RIpeto spesso ai miei figli , che non mi interessa il lavoro che faranno, l’ importante e’ che questo piaccia loro, solo così non sembrerà neanche di lavorare.
E dovendo lavorare non si sa fino a quando, questo è essenziale per vivere bene.
Penso che se il lavoro ci gratifica, il nostro stato d’ animo ne gioverà , portando nell’ ambiente nel quale viviamo cose buone.
Con questo non voglio dire che ho sempre un atteggiamento rilassato e non alzo mai il tono di voce ( anche io sono spesso nervosa), però so che aiuta parecchio…..
Sono sempre ottimista, vedo il bicchiere mezzo pieno, penso che in tutto ciò mi aiuti molto la fede.
Con il passare del tempo, essa è aumentata in modo esponenziale.
Ricordo ancora la prima volta che ho strumentato.
Intervento di Artroscopia di ginocchio.

Indosso la cuffia con dentro tutti i capelli e la maschera.
Poi, al lavello di acciaio, il lavaggio mani: dieci minuti di sfregamento mani, unghie e avambracci con spugnetta imbevuta di disinfettante .Entro  in Sala, tenendo le braccia alzate con i gomiti piegati e con salviette sterili mi asciugo.
Indosso il  camice e i guanti. Sono agitatissima, mi sudano le mani.
Ho il cuore a mille.
Va tutto bene, mi ricordo perfettamente i passaggi dell’intervento e l’ ortopedico alla fine mi dice” Brava Dina, hai fatto un buon lavoro”.
Non ha mai saputo che il pomeriggio, a causa dell ‘agitazione, ho passato mezz’ora sul wc .
Da quel giorno tutto e’ diventato sempre più gratificante e bello.
Ho pensato di scrivere questo diario, elencando alcuni pazienti( con nominativi fittizi) e il modo in cui si lavora in Sala in relazione ai vari tipi di interventi.
All’ inizio ero strumentista di Ortopedia, ma ora strumento anche in Chirurgia generale e vascolare, otorino, urologia, ginecologia ed ostetricia, oculistica.
Sono anche nurse di anestesia.
Spiego meglio: assisto l’anestesista nella preparazione dei farmaci, nell’ intubazione del paziente, nel controllo pre, durante e post risveglio in Sala Operatoria.
Mio Dio, se all’inizio mi avrebbero detto che con il passare degli anni avrei dovuto imparare tutto questo, non so come avrei reagito……
Non sono molto d’accordo sul fatto dello strumentista poli specialistico, se non per il fatto che arricchisce il proprio sapere.
Sapere fare tutto e al meglio e’ veramente difficile.
Deduco che lo scopo di renderci adattabili a diverse specialità, sia unicamente per rendere meno difficoltoso il lavoro di programmazione dei turni.
Dove uno manca, ad esempio per malattia, ferie, o altro, viene sostituto senza difficoltà.
Ma l’ interscambio di personale, si rivela non vincente, quando arrivano nuovi strumenti , nuove apparecchiature( e credetemi, la tecnologia grazie a Dio fa passi da giganti), nuovi fili, etc..
Se invece sei solo dedicato ad una specialità, li’, avrai l’eccellenza!!!!
Quindi, talvolta, quando un chirurgo chiede qualcosa di particolare non puoi agire in autonomia, ma devi chiedere al collega.
E spesso certi si spazientiscono se devono aspettare…..
Ciò che ho deciso di raccontarvi , sono state le esperienze più significative.
Per i pazienti che ho conosciuto, per il tipo di intervento e per ciò che mi hanno lasciato.
Ho scritto di interventi ordinari( programmati) e di interventi urgenti, praticati cioè quando sono reperibile.
I racconti cambiano anche in base al ruolo che rivesto quando lavoro.
Se sono strumentista, sarà più tecnico , se sono nurse anestesia, sarà legato al vissuto del paziente che apprendo in prima persona quando devo rivolgere varie domande per la compilazione della scheda infermieristica.

Eleonora Intervento di riduzione frattura bimalleolare ( vicino alla caviglia), in urgenza

Mi chiamano un sabato mattina alle ore 10.
Intervento in ortopedia.
Mentre preparo i ferri, mi dicono che operiamo una ragazza che doveva sposarsi stamattina, ma nel tornare dalla parrucchiera, a causa dell’ alta velocità , e’ uscita di strada.
Eleonora ha venticinque anni, quando la mettono sul lettino operatorio, piange a dirotto, le cola tutto il trucco.
Dice:” Si ho male, ma piango per tutti gli invitati e per il mio futuro sposo che mi stavano aspettando”.
Le hanno fatto indossare la cuffia, ma sotto intravedo l’acconciatura con le perline.
Mi spiace un sacco.
La frattura e’ scomposta. Il piede si era incastrato nei pedali dell auto.
Molto difficile da ridurre.
Impieghiamo parecchie ore.
Mettiamo due placche con le viti e al controllo radiografico vediamo che non è niente male.
Eleonora si sveglia e quando la informiamo che è andato tutto per il verso giusto e potrà camminare ancora bene, ci ringrazia e ci promette che quando si sposerà , ci farà avere le bomboniere.
Dopo un anno, in Sala Operatoria, arrivano le bomboniere promesse, accompagnate da una foto delle nozze e un ringraziamento per noi .

L’ intervento in assoluto che mi regala, anche a distanza di tempo, maggiori emozioni, e’ la nascita di un bambino.
Naturalmente da noi, ciò avviene esclusivamente per taglio cesareo.
Ma credetemi, assistere ad un evento così particolare, e’ proprio bello!
Se fatto in regime di ordinarietà , e’ perché solitamente la paziente e’ precesarizzata ( ha già fatto altri cesarei), il bambino ha presentazione podalica( con il sederino in giù al posto della testina ), oppure perché la mamma ha patologie particolari che compromettono il parto spontaneo.
Se fatto in urgenza, le cause sono molteplici: calo importante del battito, liquido amniotico tinto, distacco di placenta, etc….
Alcune pazienti preferiscono l’ anestesia generale, altre quella spinale.
Nel primo caso, dopo aver posizionato la signora sul letto operatorio, la informiamo delle varie procedure .
Prima di “addormentarla , per far sì che al neonato passi la minor quantità di anestesia, viene fatto il campo operatorio.
Significa che prima si disinfetta la zona da incidere, con un tampone imbevuto di iodio.
Si asciuga e si procede all’ applicazione di teli sterili.
Quando l’ anestesista da’ il via e la paziente e’ intubata, si inizia.
Bisturi.
Pinze e forbici.
Si sezionano i vari strati addominali.
Si utilizzano anche le mani per scollare, perché traumatizzano meno i tessuti.
Si inserisce un divaricatore( grossa spatola curva).
Si incide l’utero e si procede all’estrazione del bambino.
Appena fa capolino, noi strumentisti aspiriamo in bocca tramite un tubicino sottile, per liberare immediatamente le prime vie aeree.
Si clampa, cioè si chiude con alcune pinze il cordone ombelicale, si taglia e si mette il neonato nella culla per i primi accertamenti da parte del pediatra.
Non vi è suono più bello del pianto di un neonato, credetemi.
Se invece il taglio cesareo e’ praticato su paziente con anestesia spinale, si può procedere con più calma. Si utilizzano farmaci solo sulla mamma, quindi senza effetti collaterali per il nascituro.
Il clima è decisamente più sereno, si dialoga con la paziente, la si tiene per mano infondendo tranquillità e quando è vicino il momento” dell’ uscita del bimbo, la rendiamo partecipe del momento straordinario che sta vivendo.
” Mamma mia, quanti capelli!”, oppure ” E’ stupendo!”.
Dopo i primi accertamenti del pediatra, si porta il nuovo arrivato alla mamma.
Il momento è unico e magico.
Ho notato che quasi tutti i neonati smettono di piangere, come se intuissero che hanno vicino la persona che sarà la più importante della loro vita❣
Le mamme nutrono per i propri figli un sentimento cosi straordinario che non ha confine.
Ne so qualcosa, credetemi.
Si respira amore allo stato puro.
Spesso , guardo il crocefisso e ringrazio silenziosamente Dio perché è andato tutto bene!!

Elena. Intervento di taglio cesareo gemellare, programmato.

La paziente decide per un’anestesia spinale.
Mentre viene posizionata sul letto operatorio vengono espletate le varie procedure assistenziali.
Posizionamento bracciale pressione, placchette per rilevamento tracciato cardiaco e pulsiossimetro( quella strana molletta collocata su un dito della mano) per controllo dell’ossigenazione del sangue.
Preparo i ferri.
E quando termino , nell’attesa della spinale, osservo Elena.
È bionda, con gli occhi chiari e un bel sorriso.
È tranquilla e parla con noi.
Ci racconta che è stata una bella sorpresa quando lei ed il marito hanno scoperto che avrebbero allargato decisamente la famiglia.
Quando, come sempre, per stemperare la sua legittima agitazione, le chiediamo i nomi dei bambini, risponde che saranno un maschietto ed una femminuccia.
I nomi sono Rebecca e Lucas.
Il marito e’ un ragazzo di colore conosciuto all’Universita’.
Sono felici e non vedono l’ ora di abbracciarli.
Iniziamo e tutto procede bene.
Ma quando nascono i gemelli, succede una cosa che ha dell’incredibile……..
Il bambino è con i capelli biondi e la pelle chiara, la bambina, l’esatto opposto.
Di pelle scura, con i capelli nerissimi e ricci ricci.
Non solo non sembrano gemelli, ma tanto meno fratelli.
Li guardiamo stupiti.
Sembra una cosa surreale …….
Lo hing e lo hiang ☯
Quando li portano alla mamma si mette a ridere e li stringe felice, immaginando la faccia stupita che farà il marito.
Dice” Mi piacerebbe vedere la sua espressione quando li vedrà “.
Non so se il suo cuore reggerà lo stupore.
Ci guardiamo, contenti, per aver condiviso questa particolare esperienza.

Lavorare in un ambiente “chiuso” come la Sala Operatoria, rende tutto più complesso.
Ma il lavoro di equipe dovrebbe essere fondamentale per continuare a lavorare serenamente in un ambiente così particolare.
Sono rari, ma ho avuto la fortuna di lavorare con chirurghi eccezionali da un punto di vista professionale ma soprattutto da un punto di vista umano.
Ringraziavano l’ intera equipe per il lavoro svolto.
Si, avete capito bene!
Ringraziavano!!!!!!
E credetemi, e’ una vera soddisfazione ed è la spinta motivazionale che ti porta, la volta successiva, a dare ancora il massimo.
Ti aiuta a non smettere di credere in quello che fai, ad affrontare la fatica e i momenti no…..
Persone serene, con qualche battuta allegra, soddisfatte ed entusiaste del lavoro che fanno.
Professionisti che mettono al primo posto il paziente e tutti i collaboratori.
È un lavoro di squadra, come se fossimo tanti tasselli di un puzzle che combaciandosi, garantiscono al meglio il benessere del paziente.
Se qualcosa non combacia perfettamente, e’ nostro dovere smussare qua e là….
E questo comportamento si ripercuote positivamente su ciò che stiamo facendo.
Chirurghi arrabbiati, scontrosi, spesso maleducati, che alzano il tono della voce, che ti dicono ” Non sa chi sono io……”, fanno solo del male alle persone che lavorano a stretto contatto con loro.
Ma la cosa che più mi infastidisce e’ quando usano tale atteggiamento con i pazienti.
Non capiscono che i pazienti stanno vivendo un momento particolare della loro vita, quindi vanno compresi e rassicurati.
Non so perché non pensano” E se ci fossi io al suo posto?”.
Abbiamo pazienti di ogni tipo, alcuni sono veramente ripetitivi o iper agitati, ma noi dobbiamo comunque rispettarli e comprenderli.
Ho conosciuto un medico anestesista , veramente ” difficile”.
Urlava spesso, con noi e naturalmente coi pazienti.
Quando ero in turno con lui, ero sempre agitata, dovevo mettere mille attenzioni su ciò che facevo, raddoppiando la tensione perché avevo sempre il cuore a mille.
Riusciva addirittura a rendermi insicura…..
Lui scattava subito….in reperibilità era peggio.
Incavolato nero quando veniva svegliato nel cuore della notte.
Se un paziente si lamentava per il dolore, lui brontolava seccato.
A distanza di tempo, dopo un’ assenza per malattia, risoltasi bene, e’ tornato.
È cambiato radicalmente.
Decisamente in meglio.
Non alza più la voce, nessuno ha timore se deve lavorare con lui, se qualche paziente sente dolore durante gli interventi in locale, oppure al risveglio, somministra un analgesico senza brontolare…….. anzi, gli ultimi colleghi arrivati, dicono che è un’ ottima persona e stentano a credere a ciò che raccontiamo loro.
Una volta, dopo alcune settimane dal suo rientro, ho preso coraggio e gli ho detto che lo trovavo cambiato.
Mi ha domandato ” Perché , secondo lei?”.
Gli ho risposto che pensavo fosse stato l’avanzare dell’età e la malattia.
Non mi ha dato alcuna conferma ma il suo sorriso e’ stato la risposta che pensavo…
Peccato che abbia dovuto passare un’ esperienza difficile per comprendere che la gentilezza, deve far parte del nostro bagaglio personale.
È nostro dovere rispettare il malato e tenere a freno i nostri impulsi negativi.

Il mio lavoro mi piace un sacco, ma è con un alto indice di stress fisico perché quando strumenti sei ferma , su due piedi, ma sopratutto di stress mentale.
Non puoi concederti la minima distrazione in alcune fasi degli interventi. La soglia di attenzione deve essere sempre al top…..non ti puoi permettere di abbassare l’asticella!
Il conteggio garze e’ una delle cose che durante un intervento ad alta complessità , implica un lavoro d’equipe ad alto livello.
Per intervento complesso, intendo quello dove si impiegano un gran numero di strumenti e di garze. Queste ultime, inoltre, non sono tutte della medesima misura, ma cambiano in base a ciò che va tamponato, in base al sanguinamento, in base alla sede e tipologia d’ intervento.
Faccio un esempio.
Si utilizzano garze di bario10x10, compresse leggermente più grandi( 35 x45) e laparotomiche( pezze 75×35).
Il bario rende le garze radio- opache.
Cioè se c’è il dubbio ,si può fare un controllo radiografico che evidenzia questo sottile filo situato dentro la garza.
Spesso per scollare su parti molti delicate, quali intestino, si impiegano addirittura pallini di garze di pochissimi centimetri.
Viene fatto un conteggio iniziale e annotato sulla scheda infermieristica.
Ogni tanto, la strumentista procede al conteggio e la collega fuori segna quelle utilizzate.
Ma quando c’è un sanguinamento importante e utilizzi anche acqua sterile molto calda( per vedere meglio, per mantenere ad una temperatura costante il nostro corpo, etc.) le garze si impregnano immediatamente, diventando dello stesso colore del sangue, quindi si camuffano meravigliosamente bene, purtroppo……
Il conteggio viene effettuato prima, durante( parecchie volte) e logicamente alla fine.
Ma credete, e’ veramente snervante.
Se poi il tutto avviene in regime d’emergenza le cose si complicano non poco.

Andrea Intervento con diagnosi di addome acuto, in urgenza.
Suona il telefono verso le h.23.
Parto spedita. Quando sono reperibile, mi corico con la tuta per essere pronta immediatamente.
Arrivo in Sala, mi lavo velocemente, preparo il tutto.
Ferri, garze, divaricatore e controllo che nella bollitrice ci siano flaconi di fisiologica.
Il paziente è già sul letto operatorio.
Noto che è giovane, circa venti anni ( poi a fine intervento, saprò che ne ha diciotto ), pallidissimo, è molto sopito, come fosse stanchissimo.
Deve aver perso parecchio sangue…
Grazie al cielo, arriva anche il primario.
Sono contenta , e’ un ottimo chirurgo, sa il fatto suo.
Sono certa che ce la faremo.
L’ anestesista ci dice di essere veloci, molto veloci.
Dall’occhiata che ci dà , capiamo che dobbiamo fare il massimo, nel minor tempo possibile.
Gli esami ematici sono messi mali.
Pressione al limite, saturazione in calo.
Intuba e ci dà il via.
Sono con una collega in gamba.
Anticipa le mie richieste.
Ci capiamo con uno sguardo.
Attacca tutti i cavi, procede con sicurezza e tempestività . Mette nella bollitrice altre bocce di fisiologica.
In Sala , silenzio assoluto.
Incidiamo la cute, un bel taglio lungo per vedere bene , e’ un macello…..
Sangue a go-go….
Aspiro e passo compresse grandi per tamponare e capire da dove viene la perdita di sangue.
La collega continua a cambiare le bocce di aspirazioni dei liquidi aspirati che si riempiono molto rapidamente.
Seguo il chirurgo passo per passo, clampiamo ( chiudiamo)con ferri lunghi e leghiamo con lacci di filo i vasi più piccoli. Se necessario coaguliamo con l’elettrobisturi e con fisiologica calda laviamo per cercare di veder meglio.
Ci sono un sacco di coaguli, alcuni molto grandi……….insieme al suo collega chirurgo , li tolgono dall’addome con le mani e li buttano in terra, anche io con l’aspiratore faccio la stessa cosa, ma non riesco quasi a seguire il loro passo.
Il chirurgo, velocissimo , capisce la sede del sanguinamento e in men che non si dica, mi ritrovo in mano la milza lacerata.
Cavolo.
Ce l’abbiamo fatta.
Respiriamo…….sorridiamo…..la tensione cala…..piano piano……
L’anestesista afferma che i valori pressori sono stabili e ci informa che la mamma di Andrea, quando è uscito per rassicurarla, gli ha detto ciò che era successo.
Verso sera, il figlio, e’ rientrato da una partita di calcio.
Non mangia nulla…..strano si è detta lei, di solito divora una piadina o un super panino imbottito.
Ma non se la sente e lei non insistite.
Il figlio dice di sentirsi molto stanco e si reca a letto.
Mentre sale le scale, però ,si lamenta di un piccolo dolore addominale, dice che ha preso una pedata alla pancia, ma nulla di preoccupante.
Quando la mamma , più tardi, va a rimboccargli le coperte,sente il respiro affannoso, accende la luce e nota che è pallidissimo..
Lo chiama, ma Andrea dice che non riesce a tenere aperti gli occhi….
Lo chiama nuovamente ma fa quasi fatica a parlare……
Capisce che qualcosa non va( benedetto istinto materno), e insieme al marito decide per scrupolo, di portarlo al Pronto Soccorso.
Questa decisione gli ha salvato la vita!
Se fosse passato più tempo, il figlio non ce l’avrebbe fatta.
Sei il chirurgo non fosse stato così abile……neanche.
Una serie di coincidenze, che grazie a Dio hanno salvato la vita di Andrea…..
Siamo Stanchi, molto stanchi, ma soddisfatti dell’ottimo lavoro svolto.
Adoro questo lavoro.
Riuscire a salvare una vita, è sempre una grande emozione!
Marco. Intervento di neoformazione intestinale, programmato

Stamattina, nel leggere la seduta operatoria, leggo il nome di Marco e dal cognome, penso sia l’ omonimo di un mio compagno di classe delle medie.
Impossibile possa essere lui, abbiamo festeggiato da poco la cena della classe, abbiamo scherzato e riso.
Quando preparo tutto, mi avvertano che ci sarà un leggero ritardo a causa della nebbia.
Il primario arriverà a breve.
Copro tutti i miei ferri con un telo sterile ed esco nella presala accanto, dove la mia collega sta facendo l’ accettazione del paziente che deve essere operato.
Mi accorgo, con stupore, che è proprio il mio ex compagno di scuola.
Ci abbracciamo( adoro abbracciare le persone), e lui mi dice di essere più tranquillo sapendo che in Sala ci sarà una persona che conosce e che seguirà da vicino il tutto.
Mi racconta che non ha paura, hanno solo trovato del sangue occulto nelle feci.
Lo ha scoperto perché è donatore avisino.
È certo che andrà tutto bene.
“Probabilmente”, mi dice:” è un polipo dispettoso”.
In famiglia lavora solo lui, mi avverte:” Fate un buon lavoro, che mi rimetta in piedi alla svelta! Sai che hanno bisogno di me a casa! “.
Ci salutiamo, gli dico che è in buone mani .
Marco ha molta fede, è fiducioso e tranquillo.
Maschero bene le mie emozioni e sorridendo gli dico che devo rilavarmi e andare in Sala.
Sono un po’ tesa.
Apriamo l’ addome.
Delicatamente portiamo “fuori” le anse intestinali e manualmente, il chirurgo le passa tra le dita, piano piano.
La parte che resta sull’addome la copriamo con pezze calde.
L’intestino e’ molto delicato, se lasciato all’ aria si secca. Va sempre mantenuto umido.
Scopriamo che c’è una grossa massa.
Avvolge una parte dell’intestino.
È proprio brutta.
Prima di procedere alla resezione intestinale, facciamo un’esplorazione .
Con l’utilizzo di valve lunghe( tipo palette con l’estremità arrotondata per non traumatizzare i tessuti), scostiamo i vari tessuti e controlliamo la milza, la colecisti, il fegato, l’aspetto dei linfonodi, etc.
Ci vuole molta forza per tirare le valve, facendo ovviamente molta attenzione, per riuscire a vedere bene, si va in profondità’.
Mi alzo in punta di piedi , allungo il collo.
Mi piace vedere bene per capire ciò che viene fatto.
Se noto un sanguinamento devo essere celere.
Vedo che ha alcune macchiette biancastre sul fegato, nulla di buono, penso.
Il primario afferma che sono metastasi epatiche.
Il fegato è compromesso, anche i linfonodi vicini non hanno un bell’aspetto.
Emotivamente sono a pezzi.
Cavolo……non è possibile.
Caccio indietro le lacrime. No, non ci posso credere.
Che giornata di cacca.
Come farò a guardare ancora negli occhi Marco e dirgli che andrà tutto per il verso giusto?
Raccogliamo vari campioni per gli esami istologici per avere la conferma e per conoscere il tipo di tumore .
Facciamo una resezione intestinale.
Devo mettere da parte la componente emotiva.
Devo dare il massimo, senza distrazioni, come sempre.
Ma ogni tanto i pensieri negativi riaffiorano e tenerli a bada non è facile.
Viene fatto il massimo, si cerca di pulire al meglio i vari organi.
Viene fatta un accurata emostasi.
Posizioniamo un paio di drenaggi.
Che fatica.
Sono stravolta.
Sono triste…….
Penso a quando incontrerò la moglie.
Non posso dire nulla.
Il segreto professionale è il cardine della nostra professione.
Marco si sveglia bene, ha dolore ma mi stringe la mano e mi ringrazia.
Mi dice di passare a salutarlo, mi aspetta.
Vado in bagno, mi sciacquo il viso…..non è possibile…..
Terminato il mio turno di lavoro, salgo e in corridoio incontro la moglie, Anna.
Mi stringe forte e inizia a piangere.
Mi racconta che ha chiesto al primario esigendo la verità .
Sa tutto.
Mio Dio.
Ci stringiamo forte.
Mi dice” Marco non vedeva l’ora che tu venissi a salutarlo. Mi ha detto che il vederti lo ha tranquillizzato, era sereno e per niente preoccupato!”.
Vado nella sua stanza.
È addormentato.
Lo guardo, penso che lo attenderanno momenti difficili.
Spero che Dio gli dia la forza di affrontarli.
Che possa godersi ancora un po’ la sua famiglia.
Ha due figlie adorabili, con la moglie spesso va a ballare.
Gli accarezzo piano piano la mano.
Si sveglia e mi ringrazia. Gliela stringo forte, mento e gli dico con voce ferma e dolce” Riposa, recupera le tue forze, andrà tutto bene”.
Dopo un anno, Marco muore.
Nello scrivere questo episodio, mi sono commossa ancora.
Ho pensato a quanto Marco avesse fatto per la sua famiglia, a quanto amasse la moglie .
Alla sua risata contagiosa .
La fede non lo ha mai abbandonato, anche se verso il “tramonto” è stato molto difficile………
Nel mio gruppo di Sala Operatoria, ogni collega ha delle peculiarità .
Talvolta ci sono dei contrasti, logicamente anche lo stress contribuisce non poco ad attizzare fiamme , sulle quasi non tutti riescono a buttare acqua.
Anche io, per carità , faccio la mia parte.
Ma c’è un fattore unico che a mio parere è la forza del nostro ambiente:
il modo in cui accogliamo i pazienti !
Sempre un sorriso, una parola di incoraggiamento…..
Cerchiamo di comunicare fornendo informazioni che al paziente non sono ben chiare, spesso i chirurghi parlano una ” lingua difficile” , hanno poco tempo, non cercano di entrare in empatia con loro………ed allora il nostro approccio diventa il fulcro della collaborazione con il medico.
Dialogando con l’operando, talvolta si scoprono notizie che ha trascurato come importanza o alle quali non ha dato il giusto peso!
Quindi trascriviamo il tutto sulla nostra scheda infermieristica e informiamo anestesista e chirurgo.
Operiamo anche i bambini, in urologia e otorinolaringoiatria ( ammazza quanto è lunga questa parola).
In questo caso, il nostro modo di approcciarsi, segnerà la considerazione del piccolo, sul suo ” vissuto” in Sala Operatoria.
È nostro dovere garantire un ambiente che non gli metta paura !
Le stesse metodiche vanno impiegate con i genitori.
Fidarsi completamente di persone che hanno tra le mani i propri figli, non è affatto semplice.
Sono stata anche io dall’altra parte della barricata e so che emotivamente è una situazione stressante.
Una nostra anestesista, che si è trasferita presso un altro Ospedale, ha ideato un carrellino con dei giocattoli che impegnano mentalmente i piccoli pazienti mentre sbrighiamo le nostre procedure.
Era una persona fantastica. Mi piaceva lavorare con lei, non solo per la sua professionalità ma soprattutto per il suo lato umano.
La terapia antalgica era la sua ” bandiera”, faceva il possibile affinché i pazienti sentissero poco dolore….
Talvolta ci messaggiamo.
La dottoressa Lucia era formidabile e ironica.
Era eccezionale con tutti gli operandi, ma con i bambini usava un tatto particolare.
Lei, senza figli, stabiliva con i piccoli pazienti, un contatto di fiducia e simpatia quasi immediati.
Torniamo ai bambini.
La cosa più difficile, naturalmente è “prendere”la vena per mettere la flebo.
Li’ ti giochi tutte le carte.
Se fai un buon lavoro, il piccolo ha piena fiducia di te e si rilassa, e con lui i genitori.
Noi facciamo entrare anche loro, all’ ingresso della Sala, quando il paziente ha meno di sei/ sette anni.
Poi, logicamente si valuta, caso per caso…..
È fondamentale non raccontare bugie.
Spieghiamo passo per passo quello che viene fatto, con termini semplici, e facciamo qualche battuta per garantire tranquillità .
E noi, tutti noi, in questo siamo forti.
Quando salutiamo i genitori e portiamo il paziente verso la Sala, spesso il piccolo ci prende per mano.
Si fida di noi, siamo il suo punto di riferimento.
Adoro quando si crea questo legame, mi riempie il cuore.
Mi sento leggera…..
Mi sento appagata…..
Capisco come è bello questo lavoro!!!!!
Il più brutto Natale della mia carriera lavorativa

È domenica mattina.
È Natale. Che bello!!!!!
Ho fatto il presepio e l’albero . “Respirare “questa ricorrenza mi mette allegria.
Rinasce Gesu’ bambino……wow, che meraviglia.
Andrò naturalmente a Messa e poi sarò a pranzo dai miei nonni , con mio marito, i miei genitori, i miei zie e i miei cugini.
L’atmosfera, quando siamo tutti insieme, e’ divertente, ricca di profumi speciali e di sensazioni che rilassano.
Sono reperibile ma vedo che inizia a nevicare.
Cavolo…..viene giù a rotta di collo.
Fiocchi enormi.
La neve mi piace tanto, quasi quanto la pioggia .
I miei colleghi e le amiche più care lo sanno e spesso mi prendono in giro.
Decido di andare in Ospedale.
Se dovesse esserci un’ urgenza , preferisco essere sul posto che preoccuparmi di ritardare ….
Dopo mezz’ora inizia ad arrivare una signora anziana con lussazione della spalla.
Attiviamo la Sala Operatoria e in narcosi ( sedazione con farmaci, da parte dell’anestesista ), riduciamo la spalla.
Arrivano altri pazienti, cavolo, tutti scivolano quando escono da messa.
Riduciamo altre spalle.
Che mattinata.
Non un attimo di tregua.
Verso pranzo ci allertano che è uscita l’ambulanza per un gravissimo incidente stradale.
Una famiglia composta da mamma, papà e figlio sono usciti di strada perché l’auto è slittata sul ghiaccio.
Poco tempo dopo mi dicono di preparare gli strumenti per ridurre una frattura di gamba esposta.
Fortunatamente non ci sono lesioni interne.
Preparo ii fissatore esterno.
È l’ ideale per fratture nelle quali uno dei monconi ossei fratturati, esce dalla cute( frattura esposta).
Con questo sistema, si evita l’ infezione.
Mentre preparo il tutto, l’ortopedico ci informa che operiamo la donna coinvolta nell’ incidente.
Si chiama Bianca.
Il marito grave, con diverse fratture, e’ stato trasportato in un altro Ospedale.
Il loro unico bambino di quattro anni, non avendo la cintura, e’ stato balzato fuori dall’abitacolo ed è morto.
Nooooo.
Non è possibile.
Dovrebbe essere il giorno più bello dell’anno, invece , il Natale, sarà associato ad un evento drammatico.
Il peggiore per un genitore.
Ho due figli e da quando sono mamma, penso sia la cosa peggiore e più devastante che possa accadere…..
Penso che si crei come una crepa nel cuore, che impedisce l ‘afflusso sanguigno, che rende quasi difficile la respirazione, come se mancasse l’aria….
Una crepa che non scompare mai.
Ci avvertono che la mamma non sa nulla.
L’ intervento dura parecchio.
In Sala regna il silenzio più totale…..
Mentre finiamo e controlliamo che l’ intervento sia ben riuscito, l’anestesista ci avverte che al risveglio, penserà lui come rispondere alla signora, se ci saranno domande “scomode “sul figlio.
Bianca si sveglia, le somministriamo la terapia antalgica tramite fleboclisi.
Ha poco dolore.
Mentre aiuto a caricarla dal letto operatorio alla barella, mi guarda fissa negli occhi ….temo il peggio.
” Come sta mio figlio? Mio marito era vicino a me e parlava….ma non mi ricordo se li’ vicino c’era anche lui. Dov’ e’? ”
Mi si ferma il cuore.
Guardo l’ anestesista che capisce e le risponde :” C’è stato un po’ di trambusto e le ambulanze vi hanno dirottato su diversi Ospedali” .
Chiamiamo i colleghi del reparto perché vengano a prenderla.
Quando apriamo la porta, per condurla fuori, in corridoio ci sono due persone anziane.
La guardano con gli occhi lucidi.
Lei chiede:” Voglio sapere come sta mio figlio!”.
Si guardano e lei capisce.
Fa un urlo terribile…..un suono che mi rimbomba dentro.
Poi abbraccia forte queste persone ed insieme piangono.
Resisto e caccio indietro le lacrime che sono lì, pronte a voler essere libere di scendere.
Ho lo stomaco che si chiude….le stringo forte il braccio.
Ci guardiamo.
Il silenzio è più forte di ogni parola……
Rientro in Sala.
Io e la mia collega siamo distrutte.
Sistemiamo tutto e ci salutiamo.
Sono le h.15.
Mi fermo dai nonni per salutare.
Ci sono tutti i parenti. Ho lo stomaco bloccato…..ho solo voglia di piangere ……
Guardo mio marito che subito intuisce che qualcosa non va.
Quando mi abbraccia, racconto l’accaduto e inizio a piangere…..i miei parenti si avvicinano silenziosamente e poi anche loro mi circondano con le loro braccia.
Mi sento a pezzi……
Non ho appetito…….
Rientriamo a casa.
Dopo circa quattro anni, in Sala Operatoria, faccio l’accettazione di una paziente che mi ricorda qualcuno.
È Bianca.
Ci riconosciamo.
È felice, mi racconta che il pensiero del figlio morto convive con lei, ma Dio le ha dato un’altra possibilità.
Ci abbracciamo.
Nasce Benedetta.
Cesareo per presentazione podalica.Va tutto bene.
Grazie al cielo, ora, il ricordo di quel brutto Natale, sarà surclassato da questa meravigliosa nascita.
Nell’ ambito del nostro servizio, a mio parere, mancano incontri con personale preposto al nostro supporto psicologico.
Che ci aiuti a capire come mettere i nostri talenti a disposizione di tutti i componenti.
Che rinforzi gli aspetti positivi, che ci indirizzi a capire come smorzare quelli negativi.
Il lavoro di Sala mette costantemente sotto “torchio”.
Logicamente la reazione a tale pressione dipende dal vissuto personale.
Sia famigliare, sia lavorativo.
Io, ad esempio, appena sono rientrata dalla seconda gravidanza, non dormendo quasi mai, ero moralmente molto fragile.
Amplificavo tutto quello che mi veniva detto, ad esempio se il chirurgo usava un tono duro, mi venivano le lacrime e cacciandole indietro per mascherare la mia fragilità peggioravo la situazione….se una collega era molto sgarbata, peggio ancora.
Il vissuto lavorativo, invece, dipende dall’anzianità che hai in quel servizio.
Più sei sicura in quello che fai e più hai certezze.
Se la strumentista non si fa prendere dall’agitazione e anzi, ha un atteggiamento sereno e tranquillo, questo modo di fare si riflette sul chirurgo.
L’imperativo è: restare calmi!
Un sorriso, una battuta, un modo di fare sicuro e spesso ne deriva un clima lavorativo senza intoppi….
Nella mia attività lavorativa, capita di fare il tutor .
Di personale che entra in Sala e di allieve infermiere e ostetriche.
Psicologicamente è snervante.
Ma le cose che noto da quasi subito sono:
quanto è alta la motivazione, se ci sono potenzialità e soprattutto se “si è tagliati” per fare questo tipo di lavoro.
C’è chi nasce per fare questo lavoro!
Lo spirito d’osservazione e’ FONDAMENTALE.
Seguire passo passo ciò che avviene sul campo operatorio, collaborare per aiutare i chirurghi anticipando se possibile le mosse…..ad esempio cambiare garze prima che si imbevano troppo di sangue, passare i lacci giusti in base al calibro dei vasi da legare, aspirare prontamente per tenere pulito il campo, passare col portaghi sempre anche la pinza…….

Ecco, questo diario, è una parte di me. Della mia vita. Delle mie emozioni…..