Quando il coraggio vince la paura

Maggio, è per me, denso di corsi di aggiornamento.

Non capisco perché l’Azienda ospedaliera, nella quale lavoro, li concentra tutti nei mesi di aprile e maggio.

Ci son persone veramente noiose, altre in gamba. Sanno tenere l’attenzione del pubblico sempre ai massimi livelli. Col giusto tono di voce, diapositive interessanti, gergo tecnico ma semplice, qualche battuta qua e là per rendere più assimilabile l’argomento, etc.

Mentre ascolto i relatori, i miei ricordi tornano ad un particolare momento della mia vita, che ancora mi fa sorridere e mi emoziona.

Strumentavo solo sulla Sala dell’Ortopedia, da qualche anno. Avevo circa trent’anni. Adoravo soprattutto gli interventi di traumatologia e di protesica. Dove la mia collaborazione era fondamentale. Mai un istante senza partecipare attivamente. Misurazione calibro viti, punte di diametro preciso da mettere sul trapano, cacciaviti idonei( a stella, a brugola, cannulati),  aiutavo a tenere , tramite pinze apposite, chiamate lambottine, i monconi fratturati, ben allineati.  Corretta miscelazione cemento e rispettivi tempi di posa, con l’occhio fisso all’orologio.

E che dire delle placche? Le adattavamo alla morfologia delle ossa, come esperti cesellatori. Una piega di qua. Un pezzettino tagliato e limato, dall’altra estremità. Fino a che aderiva perfettamente. E quando il risultato era perfetto, Dio mio, quando ne ero felice! Restituivamo l’uso di dita , di arti inferiori, talora totalmente disastrati, ( spesso si  stentava a decifrare il senso esatto dei frammenti ossei, tanto erano scomposti ) a lavoratori che piangevano. Suonatori di pianoforte. Giocatori di pallacanestro.

Restituendo loro, ancora una possibilità. Una qualità di vita soddisfacente.

Più c’era da fare e più mi sentivo gratificata. Aspiravo prontamente sul campo, asciugavo delicatamente  con le garze. Passavo il giusto ferro, intuendo per tempo, la sua necessità.

E tornavo a casa, con entusiasmo e felicità , tali, da confermarmi che quello era il lavoro giusto per me.

Poi, un giorno, vado ad un corso a Milano, all’Humanitas.

Stupendo.

Fantastico.

Scrivevo in continuazione. Amo scrivere, da sempre. Per memorizzare ed assimilare quante più cose avessi potuto applicare alla mia realtà. Per migliorare. Il mio lavoro ma anche quello dei miei colleghi.

Ed infatti, al ritorno, suggerii di introdurre un nuovo metodo di supporto lavorativo per le strumentiste, applicato, poi, anche alla parte anestesiologica . Dopo diverse settimane, iniziammo ad utilizzare nuove check-list e protocolli (approvati), dove, in base ad ogni intervento, stilammo un elenco del materiale , degli strumenti, dei fili, dedicati per ogni singola operazione, cucendoli minuziosamente ed adattandoli con grande impegno, alla nostra quotidianità.

Fu un lavoro immane. Ma utile a tutti, specialmente al personale neoassunto.

Allora ero timida. Non poco! Caratteristica che mi ha sempre penalizzata, a mio parere. Ora, quando mi volto a guardarla, capisco che mi ha insegnato ad essere ciò che sono. Mai ritenermi un passo avanti. Imparare da tutti. Conservare l’umiltà. Insegnare ma non dimenticare mai, di esser stata allieva. Esser coerente con le mie idee, facendomi rispettare. Non fare sgambetti ne tanto meno, sgomitare.

Prima o poi, anche chi lavora in silenzio, senza sbandierare le proprie conoscenze ed abilità , viene apprezzato. Basta stringere i denti e svolgere il proprio lavoro, qualunque esso sia, con dignità , passione e grande impegno.

Un giorno il primario mi riferisce che mi deve parlare.

Giunta nel suo studio, mi dice ” Dina. Ho visto le nuove procedure che hai appreso a Milano e che hai importato anche qui. Ritengo sia un’ottima idea. Sto organizzando un convegno , al quale vorrei tu partecipassi come relatore”.

Rispondo” Non penso di essere in grado di farcela. Parlare in pubblico, non fa per me. Si potrebbe proporlo a Grazia”.

” Assolutamente no. Tu hai fatto il lavoro e tu lo presenti. Ce la puoi fare. Anzi. Sono più che sicuro! Prova a mettere giù qualcosa. Poi me lo farai vedere”.

Furono settimane impegnative. Preparai tutto il materiale.

Andai da lui. Fogli ben schematizzati , ordinati, scritti a mano. Avevo una pessima dimestichezza col computer

Incominciò a leggere. Tracciando qualche riga. Cancellando. Aggiungendo. Tutto in silenzio.

Io seduta su quella poltroncina in velluto verde, guardavo i quadri appesi alle pareti. La foto sulla sua scrivania. Lanciando occhiate furtive alle sue espressioni. Un sopracciglio inarcato. Un sorriso. La biro che picchiettava sul tavolo. Il dito che scorreva avanti per poi tornare indietro…

Disse” Va benissimo. L’ho reso ancora più semplice. Dev’essere d’effetto. Non lungo, ma interessante. Esponi con calma. È un argomento nuovo. Ti farai aiutare da Lara. Lei al computer, seguirà le tue indicazioni per le slide. Non temere. Riguarderemo insieme il tutto. Andrà bene. Ne sono certo.”

Mi diede una bella stretta di mano e mi congedò.

Inutile dire che la notte prima dell’evento, non dormii affatto. La colite lottò strenuamente con le mie anse intestinali e passai molti momenti in bagno. Il mattino due occhiaie, parlavano della mia ansia.

Misi il correttore. Mi truccai. Indossai una camicetta bordeaux. Sotto le ascelle, misi quei buffi “assorbenti adesivi” attaccati alla stoffa e con la mia timidezza e la tachicardia in tasca, andai a prendere la mia collega.

Ci fermammo in un bar a far colazione. Nel mentre, vediamo a terra, uno dei miei ” foglietti”, scivolato da sotto la manica. Iniziammo a ridere come due sceme. Immaginando se fosse successo mentre relazionavo. Andammo in bagno, dove tolsi, seppur a fatica, anche l’altro.

Arrivammo. Giunse il mio turno.

Il cuore sembrava volesse catapultarsi fuori e correre a casa.

Salii sul palco. Mio Dio. Ma cosa mi è venuto in mente? Pensai.

Inizialmente la lingua disobbediva al mio volere, la voce tremava. Poi, pian piano, acquistai più sicurezza. Le slide e le luci spente, contribuirono a mascherare il mio rossore. Ogni tanto guardavo le mie colleghe che alzavano il dito pollice in segno di ok.

Terminai la proiezione e l’applauso delle persone presenti, mi fece un effetto quasi lassativo, che riuscii a contenere a fatica.

Mentre ringraziavo e salutavo, pronta a scendere di corsa dal palco, iniziarono ad alzarsi varie mani.

Ed ecco, giungere domande, precisazioni. La richiesta di lasciar loro fotocopie del lavoro svolto.

Conclusi con grande soddisfazione.

Mi diressi al posto, con la camicetta che aveva due aloni a macchia d’olio, di sudore. Tenni strette le braccia, con celata disinvoltura vicino ai fianchi e mi sedetti.

La frequenza cardiaca m’impediva di mettere ben a fuoco il fatto che avessi finalmente terminato.

Dopo pochi istanti, mi sentii battere , da dietro, sulla spalla sinistra.

Mi girai.

Il mio primario, mi sorrise e mi passò un bigliettino.

Di carta bianco. Scritto a mano.

” Sono molto orgoglioso di lei. Ha fatto un ottimo lavoro. Ha tenuto tutti inchiodati dal primo all’ultimo istante. Complimenti.”

E se ne andò dai suoi colleghi.

Non seppe mai, quale grande regalo mi fece.

Ma io lo conservo in un angolo del mio cuore. Divenuto, col tempo, parte integrante del mio muscolo cardiaco.

Vivrà e respirerà sempre con me, insieme alla stima che un giorno, mi fu consegnata su un pezzo di carta. Pergamena dorata, ai miei occhi.

Tutti possono farcela! Non dimentichiamolo mai!

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60 pensieri riguardo “Quando il coraggio vince la paura

  1. Ma ma ma …ecco perché non ricevevo più le notifiche dei tuoi articoli! Non risultavo più iscritta al blog! Misteri di wordpressss!!!
    Comunque, complimenti…l’impegno e il talento alla fine vengono riconosciuti! E te lo meriti. ❤

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    1. Bisogna impegnarsi. Sempre.
      Lavorare sodo senza per forza raccontare ciò che viene fatto, ai superiori . Ma svolgere sempre al meglio delle proprie possibilità ciò che abbiamo il dovere di fare.
      Anche il silenzio, spesso, non passa inosservato.
      Grazie Paola❤️

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  2. Hai ragione tutti possiamo farcela. E se ci si impegna e ci si dedica alle cose con serietà i risultati non possono non arrivare. Hai fatto davvero un’ottima cosa e dall’altra parte hai avuto colleghi e superiori intelligenti che ti hanno appoggiata!

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    1. Esatto! Quello è proprio il messaggio che ci tenevo a trasmettere.
      Impegno. Tenacia. Costanza.
      E tanta, tanta pazienza.
      Senza perdere mai di vista gli obiettivi prefissati.
      Agendo sempre con coscienza e serietà.
      Grazie , mia cara.
      Buonanotte 💫💖

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  3. Bello questo racconto!!! La fiducia dei nostri responsabili è fondamentale!!! Per farti sentire meno sola: la prima volta che mi è capitato di tenere un corso di formazione ai colleghi mi è uscito il sangue dal naso mezz’ora prima di cominciare!!! 🙂 il mio capo era fuori dal bagno e mi incoraggiava ad andare in aula tranquilla! Le persone che abbiamo vicino sono sempre importanti, sia nella vita che al lavoro!

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    1. Hai detto bene.
      La loro fiducia è una spinta propulsiva eccezionale.
      M’immagino la scena del tuo naso…cavolo. Che disagio!
      Meno male ci sei riuscita. Ne son tanto contenta.
      Grazie del tuo commento.
      Ti abbraccio
      😘

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  4. Mi ispiro ad una canzone di Mina: “Sei grande, grande, grande come solo tu sai essere perché l’umiltà e tutto il resto delle tue qualità, che emergono da ogni riga, fanno di te una persona GRANDE sotto ogni aspetto. Un abbraccio bellezza mia.

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    1. Ma sai, cara Lucetta.
      La cosa essenziale, a mio avviso, nella vita, è cercare di vivere comportandosi con gli altri, come vorremmo essere trattati noi.
      Con rispetto, dolcezza, con il giusto tono di voce.
      Dio, mi aiuta molto.
      Non potrei mai affermare di credere in Lui, se poi mi comportassi in modo tale da non manifestare atti di “ amore”.
      Io amo le persone umili. È una qualità che trovo in pochissimi.
      Tutti ad elencare quanto sono bravi. Che laurea hanno. Quanti master hanno conseguito. Come sono precisi sul lavoro. Quanto sudano per ottenere…
      Mi piacciono invece le persone che si fanno in quattro, ma non si lamentano e tanto meno, lo sbandierano ai quattro venti.
      Grazie , mia cara.
      Per le tue parole. Per la tua preziosa presenza.
      Per i pensieri che, mentre mi reco al lavoro, mi mandi e mi sanno abbracciare.
      E per tutto il resto.
      Che è tantissimo.
      ❤️

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  5. Complimenti per quello che hai fatto, per come vivi e come scrivi – e in particolare per aver vinto la paura di parlare in pubblico, mi fai ricordare un momento del mio passato quando ho dovuto presentare, all’università, la mia prima tesina davanti ai professori e un gruppo di studenti, prima di cominciare sono andata in bagno perchè mi veniva da vomitare, ho mangiato una caramella charms, sono uscita e, appena ho cominciato a parlare, mi è passato tutto @

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      1. Le parole che ti ho scritto, mi sono venute davvero spontanee, ti ammiro perché riesci anche a scrivere dopo aver speso tante energie nel tuo lavoro. Non ho avuto più molte occasioni di parlare in pubblico, però come insegnante ho avuto per anni un “pubblico “speciale, i miei alunni, e per me non è sempre stato facile. Però le prime volte sono quelle che portano più ansia!

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        1. Ma sai, Marina, è una valvola di sfogo.
          Mi rilassa tantissimo.
          Che bello fare l’insegnante! Ammiro chi fa questo lavoro, con impegno e dedizione.
          Era una delle due opzioni, ma poi scelsi di fare l’infermiera.
          È gratificante avere un pubblico particolare, come hai avuto tu.
          Gli alunni, sanno donare tante sfumature alle quali nessuno, ha mai fatto caso…

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    1. Non so se io sia fantastica.
      Ma , come tu percepisci, sì. Io sono vera.
      Sono così, come mi racconto.
      Come scrivo.
      Non invento nulla. Trasferisco nelle parole, le mie emozioni.
      Senza filtri.
      Senza timori.
      Senza pensarci troppo.
      E ti ringrazio tanto.
      Per la tua sensibilità, sempre gradita.
      Grazie .
      ❤️

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          1. Certo, anche se non te ne rendi conto sei di esempio per un bel po’ di persone 🙂 La tua dolce e gentile presenza, le parole e le battute che fai, i sorrisi e i pensieri che lasci insieme alle emozioni sono come un caldo abbraccio per l’anima, e quando qualche volta sono stato giù, la tua vicinanza è stata preziosa insieme agli abbracci materni che mi hai donato.

            Quindi sì, sei di ispirazione perché riesci a rendere tutto migliore 🙂❤️

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          2. Questo me lo ricorderò per sempre.
            E chi si scorda certe parole?
            Entrano direttamente nell’anima. Si siedono e tappezzano di felicità tutti i buchini dai quali , talvolta, entra aria fredda.
            Di quella gelida.
            Tu, caro Adriano, mi hai fatto un dono, che custodirò con cura.
            Per sempre.
            Per tutti i giorni a venire. Quando la vecchiaia e la stanchezza vorranno prendere il sopravvento, io penserò a quel giorno, in cui una persona amica, mi ha fatto un regalo difficile da descrivere a parole, ma solo attraverso il battito del mio cuore.
            Grazie.
            😘

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